Breve storia della filologia germanica

Se gli inizi della filologia germanica si possono far risalire ai primi decenni dell'800, quando apparve la Deutsche Grammatik di J. Grimm (1819), soltanto intorno alla metà del secolo si ravvisano i primi studi autenticamente filologici di una serie di opere che si susseguono a ritmo serrato. Ad esse diede avvio lo stesso J. Grimm con la terza ristampa della sua grammatica (1843), in cui la suddivisione strettamente etnica dei dialetti germanici adottata alcuni anni addietro, si apre a considerazioni di carattere diverso che traggono origine dalle fitte relazioni interdialettali, di fronte alle quali un criterio semplicisticamente etnologico si rivelava insufficiente.

Tuttavia tale criterio appare ancora prevalente nella teoria dell'albero genealogico elaborata dallo Schleicher (1870), secondo la quale dall'indoeuropeo sarebbe derivato, insieme al protogreco, protoceltico, e altre lingue sorelle, il protogermanico, dal quale a loro volta sarebbero germogliati i vari dialetti germanici con un sistema di ramificazione costantemente simmetrico coincidente con i vari gruppi etnici. L'eccessiva astrattezza della teoria dello Schleicher venne corretta da J. Schmidt (1872) con la concezione delle onde linguistiche: considerando la presenza di fenomeni analoghi presso dialetti già differenziatesi in base all'albero genealogico, e quindi per esso inesplicabili, lo Schmidt formula l'ipotesi che un fenomeno linguistico, realizzatosi in un determinato centro, si diffondesse all'intorno con un sistema di onde concentriche, simili a quelle provocate da un sasso nell'acqua.

La teoria dello Schmidt apre la via a una concezione dinamica del linguaggio, potendo dette onde arrestarsi e infrangersi oppure propagarsi e dilagare a seconda della realtà politica, culturale e spirituale con cui vengono a contatto. Superati i confini etnici, il fenomeno linguistico si complica con gli innumerevoli aspetti della realtà storica e diviene creazione umana, difficilmente riassumibile in un sistema.

Il capolavoro della filologia ottocentesca resta tuttavia il Deutsches Wörterbuch di J. e W. Grimm, non solo per l'ampia informazione etimologica e comparativistica, ma anche per la trattazione dell'evoluzione semantica del vocabolo in stretta connessione con la realtà storica che lo trasforma, anticipando perciò la teoria nell'applicazione pratica. La tendenza all'astrazione propria della filologia ottocentesca è presente, nei primi decennni del nostro secolo, nella ricostruzione dell'Urgermanicsh (protogermanico), il linguaggio delle tribù germaniche nei secoli che precedettero il loro ingresso nella storia e il differenziarsi dei loro dialetti.

Va da sé che, non esistendo alcun documento di tale linguaggio, ci si trova chiusi in un circolo di supposizioni e si ha l'impressione che i filologi, come Hermann Hirt (Handbuch des Urgermanischen, 1931) abbiano composto dal nulla una lingua che nessun uomo ha mai parlato. Oggi si preferisce parlare semplicemente di germanico, intendendo con ciò il complesso dei caratteri comuni di diversi dialetti, ben consci che non si tratta di un linguaggio reale ma di un'astrazione.

Insieme alla teoria dell'albero genealogico può essere messa in discussione anche la tesi delle rotazioni consonantiche. Le rotazioni consonantiche (Lautverschiebungen) investono la pronuncia delle consonanti occlusive dando luogo ad un'alternanza (rotazione) dei vari gradi. Una prima rotazione differenzierebbe il gruppo germanico nell'àmbito delle lingue indoeuropee, una seconda in tempi più recenti distinguerebbe le lingue della Germania meridionale (svevo, alemannico, bavarese) nell'àmbito germanico. Nel secolo III d.C. è storicamente testimoniata l'esistenza di dialetti diversi, la cui evoluzione raramente è immune da influssi latini, come dimostrano molti vocaboli, per esempio Kaiser/Cesar, Wein/vinum, pfund/pondus; mentre il gotico della Bibbia di Wulfila rivela influssi greci.

Possiamo inoltre prendere atto che una tra le principali differenze che caratterizzano le lingue germaniche rispetto a quelle classiche è l'accento fisso sulla sillaba radicale (rizotonìa) in confronto all'accento mobile e musicale del latino e del greco. Il fissarsi dell'accento sulla prima sillaba della parola contribuì, insieme al decadimento della flessione sintetica, alla caduta delle sillabe finali ormai indebolite nel loro valore sintattico.

La tradizionale tripartizione dei gruppi linguistici germanici, risalente allo Schleicher e tuttora accettata, vede raccogliersi goti, vandali, burgundi, eruli, gepidi e rugi in un gruppo orientale, di cui i primi lasciarono la più antica testimonianza linguistica dei popoli germanici nella traduzione della Bibbia compiuta dal vescovo Wulfila nel secolo IV; un gruppo nordico comprende le tribù che popolarono Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda, e che lasciarono proprio nella remota isola l'opera più insigne della loro cultura nei componimenti dell'Edda, che fu messa per iscritto all'inizio del secolo XIII.

Linguisticamente il più documentato è il gruppo occidentale, che oltre all'antico dialetto frisio, comprende l'anglosassone, testimoniato dal Beowulf del secolo VIII, l'antico sassone con l'Heliand dell'830 circa, e l'alto tedesco, parlato nella Germania meridionale, con una vasta produzione letteraria, il cui monumento più antico è il frammento del carme Hildebrandslied di età carolingia.